PAOLO SORRENTINO - THIS MUST BE THE PLACE


"Dai suona This must be the place degli Arcade Fire"
"No. This must be the place la cantano i Talking Heads".

Correva l’anno 2001 quando uscì “L’uomo in più”, primo lungometraggio di Paolo Sorrentino. Un ex calciatore e un cantante decaduto negli abissi. Palloni, whisky, cocaina, tradimenti, riemersioni e crolli senza redenzione. Rimbalzi di poesia, tra calcio, il destino e la disillusione. Sono passati dieci anni e Sorrentino è diventato internazionale. Basette lunghe, orecchino, sorriso, rughe, settarismo calcistico e musicale in una felice e democratica alternanza. Oggi, che il “divo” è lui, Andreotti un ricordo lontano ma presente, dopo che a maggio il Festival di Cannes ha ignorato, per cervellotiche manovre cinecratiche il suo ultimo film, esce “This must be the place”, con Sean Penn.

Capelli lunghi, occhi pesantemente truccati di nero, rossetto rosso e unghie laccate, una cinquantenne rockstar, annoiata e in pensione, decide di ritirarsi a vita privata in una lussuosa villa in Irlanda, con la moglie. La morte del padre, che non vedeva da trent’anni, lo porterà a partire per l’America, alla ricerca del criminale nazista, che aveva perseguitato il padre stesso.
Il viaggio intimo in tante, troppe situazioni irrisolte: il romanzo di formazione di un personaggio, rimasto ingenuamente bambino, alla ricerca di sé. Come cantano i Talking Heads nel brano che dà il titolo alla pellicola “Home - is where I want to be/ but I guess I’m already there/ I come home - she lifted up her wings/ guess that this must be the place/ I can’t tell one from another/ did I find you, or you find me?/ there was a time before we were born/ if someone asks, this where I’ll be where I’ll be”.

Spaventato dai recinti e dagli schemi classici del racconto cinematografico contemporaneo, Sorrentino da sempre lotta con l’idea che si debba raccontare una storia partendo da A per finire ineluttabilmente a B, per poi ravvedersi durante la stesura del copione e in fase di montaggio. E per quanto in Italia, produttori e distributori cinematografici siano meno invasivi che in altre parti del mondo, sono i registi stessi ad avere paura di non riuscire a fare il film, anche se lo spazio per un racconto originale sarebbe immenso. È in atto una lotta. Alcuni film non si possono fare. E ci si può stancamente lamentare o si può duellare. Sorrentino ha scelto sicuramente la seconda ipotesi. I multiplex occupano quasi l’intero spazio disponibile e le vecchie sale stanno chiudendo. Tutto vero. Ma lui ha scelto di entrare con le sue storie nei nuovi luoghi del cinema, rassicurando chi comanda e chi dirige, terrorizzato dal fatto che si strappi quel filo rosso con il portafoglio e con l’incasso. L’omologazione del pensiero va piegata, ma con un’onda di idee nuove, senza sventolare vecchi slogan. Proiettato lontano da un cinema al quale non ha mai guardato né che ha mai fatto, convinto che l’autore debba fare la propria parte, appurato che l’apparato tende a riproporre schemi già rodati, è convinto che arroccarsi tra le merlature del cinema di quaranta anni fa significhi perdere in partenza. Il circuito autoriale si ferma all’autocompiacimento della propria genialità. Il sonno della ragione genera mostri inclini a perdere le proporzioni e il senso della realtà. Per quanto lontano dalla definizione di “regista impegnato”, negli anni si è fatta più forte la sua volontà di rappresentare il disagio, l’estremo, la sgradevolezza e i patti inconfessabili. Sorrentino si salva con la curiosità. Si interroga senza certezze, nutre il dubbio, confronta il suo punto di vista. Chiaro il suo pensiero, male che vada, nel buio della notte italiana, si potranno raccontare storie meravigliose, e l’importante è saper inventare.
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