ME, YOU AND.... DARIO DIEGO MARRONE

Pet therapy #6



Surreale, malinconica, EMOtudinale, L' opera di Dario Diego Marrone è semplice  e complicatissima allo stesso tempo: Ha tutto in sè ma c'è da andarlo a scovare perché non è tutto in superficie. E' una questione di dettagli. E' una mappa dell' inconscio del suo creatore ed anche uno specchio con il quale è un piacere fare i conti.
Ho avuto modo di incontrare Dario Diego nei giorni di Pasqua durante una sua visita in Umbria [lui è di Palermo] ed ho conosciuto quella che lui chiama Pink Shit ovvero l'insieme dei suoi lavori. Questi piccoli mondi fragili adagiati su sfondi bianchi sono dei veri e propri paesaggi emotivi, semplici, disarmanti e disarmati. C' è bisogno di passare del tempo a soppesare quello che è stato tracciato, un processo analogo a quello della conoscenza di un estraneo e delle sue esperienze, manie, ossessioni, le sue verità e le tante sfaccettature del suo carattere. Ogni cosa sembra proporzionata alle assurde ed esatte dimensioni di un'inconscio ben preciso che colpisce e lascia interrogare. Giorni dopo questo fortunato incontro ho deciso di domandargli un pò di cose e questo è quello che è successo.


Envy

Come sei arrivato al progetto Pink Shit? Quali esperienze/ studi /passioni ti ci hanno portato?

Innanzitutto grazie per la possibilità di parlare del mio lavoro qui sul vostro blog... davvero onorato!
Com’è iniziato tutto?... bella domanda... credo sia successo a Modena poco più di tre anni fa, gestivo un bookshop d’arte all’interno di una mostra fotografica giapponese.
Ogni giorno per tre mesi dovevo stare lì otto ore, e i clienti erano davvero pochi... dunque approfittavo di matite, cartoline e cataloghi che vendevo in libreria per schizzare, scarabocchiare fondamentalmente.

Ricordo un catalogo sui Viennesi, dei fogli bianchi e un unico evidenziatore rosa usato come sfondo per ‘decorare’ quei primi schizzi di anatomia... ne uscì una serie di bozzetti formato cartolina tutti accomunati dalla presenza costante di un pattern rosa fluo. Confrontandomi con quei grandi pittori i miei disegni ovviamente erano puro SHIT... da cui il titolo. Stranamente considerando il rosa uno dei colori che più detesto in assoluto ho iniziato a notare che spesso continuava a tornare nei miei lavori come una campitura piatta e obiettivamente nauseante. Il rosa come tonalità stucchevole del quotidiano, quella di cui farei volentieri a meno ma che inevitabilmente e senza controllo si impone quasi in ogni mia tavola.
Pink shit non nasce come progetto coerente, cerca però di diventarlo lentamente in questi ultimi due anni di lavori.

In effetti la mia formazione non è accademica, e credo che ciò si possa evincere dal tratto stilistico che emerge. Tuttavia avendo studiato al Dams ho avuto modo di incamerare diversi input dalle varie forme di arti visive di cui continuo a nutrirmi quotidianamente.
Inoltre, a parte lo studio della storia dell’arte e del cinema, credo che gran parte della mia ispirazione venga dalla passione che ho sempre avuto per i cartoni animati e per i manga in generale.

Quanto c'è di personale in ogni nuovo lavoro? Nasce da una ricerca estetica o più personale ed emotiva?

Una mia cara amica poco tempo fa vedendo alcuni miei lavori mi disse di stare attento al rischio di sfociare nella ’EMOtudine’, neologismo coniato dalla stessa e che in questa sede vorrei orgogliosamente fare mio. Dunque sì, la sfera emotiva rappresenta assolutamente una parte cospicua del racconto visivo che intendo fare attraverso le mie tavole.

Di sicuro c’è una riflessione, un racconto appunto, a volte amaro sicuramente,  ma che tenderei a sdrammatizzare con l’uso dell’ironia, dell’antifrasi, e di altre figure retoriche come l’iperbole e l’ellisse, tramite le quali tendo a ridicolizzare i picchi di pathos che spesso non riesco a gestire...

Il pathos dunque, o a volte il patetismo sono topoi che sfrutto a mio favore per rendere certe immagini più comunicative, universali al sentire di tutti...
Essendo siciliano conservo innatamente una certa inclinazione al drama, alla spettacolarizzazione di stati emotivi forti quali il dolore, la solitudine, l’incomunicabilità ecc... dunque cerco di sfruttarla e enfatizzarla, tendendo però a virare questo mio sentire folk nell’ utilizzo di una stilizzazione e una scelta di soggetti che hanno poco a che fare con le mie origini territoriali.
Se da una parte gli stati emotivi che scelgo di rappresentare hanno come humus una teatralità da Magna Grecia, dall’altra cerco di stemperare il tono melodrammatico con una voluta piattezza delle immagini stesse nonché da un’accurata scelta di soggetti che evocano certe atmosfere nordiche,  un onirismo ossianico... almeno nei miei intenti, o forse me la sto soltanto raccontando... chissà.

Non ho mai parlato della mia produzione in terza persona, dunque grazie a voi in questo frangete riesco a vedere cose del mio lavoro che non avevo mai notato prima.
La morte e la fanciulla (bambini nel tempo) 
Malinconia e surrealismo si trovano spesso insieme nei tuoi disegni, mi racconti come si mescolano nei tuoi lavori?

Chissà perché da giovani, appena approcciati alla storia dell’arte ci si appassiona mostruosamente al genio di Dalì... forse per il continuo gioco che fa tra le immagini, le loro trasformazioni, e i rimandi al mondo onirico e subcosciente, il suo essere irrimediabilmente pop... per questi motivi successe anche a me.
Anche nei miei lavori cerco spesso di giocare con le immagini, farle accoppiare tra loro e vedere che ibridi insani ne vengon fuori. Nella mostruosità dunque c’è l’ironia, così come accadeva nelle grottesche medievali che attraverso il riso smodato cercavano di cacciar via morte e suoi derivati.
Una risata ci seppellirà o ci farà risorgere piuttosto, per questo esalto il monstrum insito in ogni creazione, lo smodato, il teatralmente tragico, il fiottar di lacrime... quasi a costringere il fruitore dell’opera a chiedersi: “come non morire dal ridere davanti ad uno spettacolo così triste?”.

Accanto all’elemento surreale, disturbante c’è la Malinconia. Una presenza immancabile come una qualsiasi mater natura,  impossibile spodestarla. Madre creatrice di tutte le opere, a sentir Durer... e come dargli torto... a stento riesco a tenere una matita in mano nei giorni in cui realizzo che il sole può salvarci la vita... quindi esci con gli amici e chissène della creazione.
Poi fortunatamente spesso si sta male e si crea quella che si crede bellezza, o comunque un ridicolo tentativo di riprodurla. Come si traspone la malinconia su di un foglio bianco? Innanzitutto lasciando più bianco possibile all’interno dello stesso foglio, uno spazio vuoto, inerme, un significante a-temporale che incastra il soggetto al centro della tavola, focalizzando su di sè lo sguardo dell’altro, intimorendo il protagonista della stasi, facendolo sentire solo e pensoso, sicuramente penoso... dunque la malinconia è bianca nelle mie tavole. E tale vuole rimanere.

I soggetti sono spesso bambini, o personaggi di favole che non esistono, non scritte, o scritte da sempre e per sempre, ma mai lette. Questi bambini, protagonisti di infinita dolcezza, di infinito timore, crudelissimi a volte, come spesso sono i veri bambini. Li vedo sapienti e pieni di domande, domande eterne che prescindono da valori concreti quali quelli attinenti al quotidiano, a quelli degli adulti, per capirci... non so, spesso penso alla figura di un infinito puer, una creaturina indicibile, conturbante perché piccola ma sapiente, è così che dovrebbe somigliare probabilmente il soggetto tipo delle mie tavole. Un bambino, senza sesso, che si chiede della morte e della vita, dell’amore.
Confusion is sexy


Quali sono i progetti attualmente in corso? E cosa vorresti per il futuro di Pink Shit?

E’ talmente strano questo periodo che non riesco davvero a dargli una connotazione reale; è da un po’ di mesi che sono tornato ad essere disoccupato (facevo il libraio), e un’altra volta una mole spaventosa di tempo libero ha inondato le mie giornate, mettendomi davanti alla possibilità di ri-considerarmi come artista, o meglio, creativo, o semplicemente una persona che ama disegnare.

Da qui si sono aperte diverse possibilità di trasformare PINK SHIT in qualcosa che attiene ad un vero lavoro di creazione, che possegga una sua coerenza stilistica.
Dunque si sono mosse delle cose, ho parlato con delle persone che hanno trovato i miei lavori interessanti.

Un primo progetto è quello di creare un brand di t-shirt “artistiche”. Considerando il notevole impatto pop che possono avere alcune mie tavole, io e il mio collaboratore abbiamo pensato che determinati soggetti selezionati ad hoc all’interno del mio portfolio potevano non fare eccessivamente schifo se stampati su di una tela alternativa quale può essere una t-shirt. Niente di nuovo ne di geniale insomma, ma tant’è... ci si vuole provare e vedere cosa succede, e come reagirebbe un potenziale pubblico di acquirenti alla serializzazione di un cosiddetto prodotto artistico... Warhol insegna ancora.

Cos’altro... il mio sogno sarebbe di vedere i miei ‘bambini malati’ animati... sono in contatto con una casa di produzione video di Palermo che vorrebbe trasformare le mie tavole in piccoli corti d’animazione... un sogno dunque. Ma si sa come vanno le cose in questo ambiente si parla molto e si conclude relativamente con difficoltà. Comunque continuo a sperare e a disegnare, anche se nessuno di questi progetti vada realmente in porto...

Ah... dimenticavo... sto provando a organizzare una mia personale all’interno di una nuova cioccolateria nata nel centro storico di Palermo, un posto bellissimo, tante pareti bianche e odore di cacao. Immagino le mie tavole esposte dentro le vetrine, circondate dai bellissimi pasticcini al cacao, sporche di cioccolato.
Pure Morning


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