I 15 FILM DEL 2011


Un altro anno di Cinema si sta per chiudere, portandosi con sè i successi (pochi) e gli insuccessi (tanti) di questa stagione. E nel nostro bel Paese, in cui da troppo tempo ormai grandina tempesta, il Cinema resta per tanti quell’illogico furore della passione che ci si porta dentro. Che ogni giorno fa venir voglia di uscire di casa e affrontare il male proprio di quella grandine che cade sulle nostre teste.
Bisogna sfidarla. Per sentirsi vivi.


- BRONSON regia di Nicolas Winding Refn. Ora di lui se ne sono accorti tutti, specialmente dopo l’uscita di Drive, già cult, ma il regista danese è sicuramente il talento più folgorante dell’ultimo cinema europeo.

- CARNAGE regia di Roman Polanski. Un cerchio fatto di gomma. Può essere deformato, ma sempre cerchio chiuso e claustrofobico resta. Gli antieroi di Polanski siamo noi: loro si massacrano, ma ci salvano da noi stessi, dalle ipocrisie e dai giudizi preconfezionati.

- HABEMUS PAPAM di Nanni Moretti. Melville santo subito. Anzi, mai. Il suo Gran Rifiuto è il gesto più eroico, e nella vita vera, noi pagheremmo per sentire pronunciare il suo discorso dal balcone.

- MELANCHOLIA regia di Lars von Trier. “Ed è così che il mondo finisce”. E il film travolge i limiti che si pone, distillando nuovamente il male nel definitivo trionfo dell’immagine sulla parola. Ed è un esempio altissimo di opera visceralmente espressionista ed esistenzialista, che violenta l’ironia imperturbabile del cinema post tutto e lotta per dare forma a un sentimento.

- POST MORTEM regia di Pablo Larrain. Cinema della crudeltà, senza finzioni. Il semplice funzionario di una morgue esemplifica nei suoi gesti quotidiani, ma morbosi la banalità del male, o semplicemente la diversa ubicazione del bene. Lui, maggioranza silenziosa.

- IL RAGAZZO CON LA BICICLETTA regia di Jean-Pierre e Luc Dardenne. Emanciparsi da “dove si arriva” non è possibile. Anzi no, si può, ma solo in parte. Non è vero neanche questo invece. Si può e basta. I Dardenne calano tutte e tre le soluzioni sul tavolo da gioco. E fa male. Malissimo. Ma è l’unico modo per guardare avanti. E trovare, eventualmente, un senso.

- RUGGINE regia di Daniele Gaglianone. Favola nera e dolente, nel vertiginoso montaggio alternato dei bambini e del malefico orco, racconta il momento in cui si manifesta la coscienza come responsabilità. Commuove questa narrazione dell’infanzia, così precisamente poetica, ancor prima che sociologica.

- LE NEVI DEL KILIMANGIARO di Robert Guédiguian. Dramma sociale e leggero che inizia con il licenziamento di alcuni operai e la dolorosa perdita della dignità, e che continua raccontando la vita quotidiana di una coppia aperta e accogliente. Ma non si ferma alle mura domestiche, prosegue scendendo in strada raccontando anche l’amore e l’orgoglio per quel che si è che è e non per quel che si ha, l’amicizia, il porto di Marsiglia, la solidarietà, la possibilità di comunione e la partecipazione, in risposta a quel brutto del mondo che si porta sempre via le nostre sicurezze.

- SORELLE MAI/ IN NOME DEL PADRE regia di Marco Bellocchio. Doppio Bellocchio, teso tra passato e presente. L’evoluzione di uno sguardo che dalla necessaria isteria della crisi del linguaggio avanza con audacia e danza irrequieto sui confini. Fare cinema tra ieri e oggi.

- TERRAFERMA regia di Emanuele Crialese. Racconta uno dei tanti drammi che affliggono il nostro Paese, di quegli inesorabili eventi che mettono in conflitto la nostra umanità e i nostri egoismi, il cuore e la legge. Ma la difficoltà è abbandonare la cronaca, lasciar perdere l’ideologia e la politica, e sostituire i numeri e le fredde immagini anonime dei telegiornali con una storia, dei volti, delle emozioni, quella verità che il cinema sa creare molto più delle immagini della tv.

- THIS IS ENGLAND regia di Shane Meadows. Arriva in Italia dopo cinque anni dall’uscita nelle sale un’altra periferia britannica, dove i mostri sono degli spauriti skinhead. Ma il gruppo è anche famiglia, amore e accettazione. Entra da qualche parte, fra cuore e stomaco e non ne esce più.

- THIS MUST BE THE PLACE regia di Paolo Sorrentino. Capelli lunghi, occhi pesantemente truccati di nero, rossetto rosso e unghie laccate, una cinquantenne rockstar, annoiata e in pensione, decide di ritirarsi a vita privata in una lussuosa villa in Irlanda, con la moglie. La morte del padre, che non vedeva da trent’anni, lo porterà a partire per l’America, alla ricerca del criminale nazista, che aveva perseguitato il padre stesso.
Il viaggio intimo in tante, troppe situazioni irrisolte: il romanzo di formazione di un personaggio, rimasto ingenuamente bambino, alla ricerca di sé. Come cantano i Talking Heads nel brano che dà il titolo alla pellicola “Home - is where I want to be/ but I guess I’m already there/ I come home - she lifted up her wings/ guess that this must be the place/ I can’t tell one from another/ did I find you, or you find me?/ there was a time before we were born/ if someone asks, this where I’ll be where I’ll be”.

- THE TREE OF LIFE regia di Terrence Malick. Un flusso di immagini e visioni da cui ti lasci volentieri trasportare. Molli gli ormeggi e senti solo il piacere. Film visionario questo. Ma anche semiliquido e atemporale. Scivola sulla pelle e intanto la impregna. Impossibile non esserne travolti. Malik è ingenuo sino alle lacrime, visionario sino alla folgorazione. 

- ANGÈLE E TONY regia di Alix Delaporte. Appena uscita dal carcere, Angèle deve riconquistare il figlio, e ha bisogno di una famiglia e in fretta. La trova in Tony, che diventa il fulcro di un sentimento che riesce a uscire fuori dal film: di fronte a una donna per cui tutti venderebbero l’anima al diavolo, lui riesce a riportare a galla quella di lei, ricostruendo se stesso.

- FAUST di Aleksandr Sokurov. Opera mondo, mito moderno ed eterno. Adattando Goethe, con profondissima coerenza, Sokurov crea complessità, realizza un’esperienza sensoriale sfiancante, percorsa da un’ansia di sperimentazione inesausta. Del sublime.
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